lunedì 7 maggio 2012

coltivar verbene




La verbena è una pianta erbacea, a seconda della specie, perenne o annuale. E' facile da coltivare ed adattabile, resistente, fa sempre una bella figura. Pretende solo di venire esposta in pieno sole; se la si segue un po', ossia la si concima e la si pota ogni tanto, tiene una buona fioritura da maggio a ottobre. In genere preferisce i climi miti e, se coltivata in esterno, non tollera temperature sotto i 10 gradi.
I fiori della verbena officinalis (questo è il nome botanico della specie più comune alle nostre latitudini) sono piccoli e di quasi tutte le tonalità di colore. Sono oltre 200 le specie, tantissimi gli ibridi che si riconoscono perché i fiori hanno i petali a colori striati. Le verbene nane, che tengono un portamento strisciante e, in vaso tendono a “cadere”, possono essere un bell'ornamento per i terrazzi.
La verbena è considerata da sempre una pianta magica: i romani, che forse ne avevano conosciuto i poteri dai druidi, ritenevano che favorisse gli innamoramenti e per questo la avevano consacrata a Venere, della quale adornava il capo assieme al mirto. Anche se, probabilmente, i romani chiamavano “Verbena” ogni ramo di arbor felix, ossia pianta propizia a purificazioni, cerimonie religiose, sacrifici.
Ancora oggi, una leggenda consiglia, se si vuole far innamorare una persona, di stringergli la mano dopo aver sfregato il palmo con foglie di verbena.
Sempre i romani usavano le verbene per purificare gli ambasciatori in partenza per le missioni diplomatiche. Secondo alcuni, le verbene nascevano nel bosco consacrato alla dea Strena, una divinità italica che aveva dimora in un boschetto vicino a Roma. Fu Tito Tazio il primo a donare un rametto di Verbena, colto proprio nel bosco della dea , come auspicio di buona fortuna per il nuovo anno, da qui deriva il nome di Strenna per indicare il dono di Natale. Dal medioevo in avanti, la verbena è sempre stata considerata una pianta magica, usata dalle streghe per i loro incantesimi. È una delle cosiddette erbe di San Giovanni, ossia dotate di poteri magici, assieme alla salvia e all'Iperico.
Le proprietà medicinali della verbena sono assai note: contiene la verbenalina che può determinare contrazioni fino alla paralisi. È utilizzata anche contro la febbre e per le affezioni del fegato oltreché, ai giorni nostri è indicata per la cura degli esaurimenti.
Da dove deriva il suo nome? Secondo alcuni filologi c'è la radice di herbena che significa verde, secondo altri dal sanscrito che significa prosperare, crescere, anche se, secondo Savonarola, la verbena pretendeva la castità non permetteva il coito per 7 giorni.

E poi...
A. Cattabiani. Florario , Mondadori 1996
Enciclopedia tematica. Fiori e Giardini.



martedì 1 maggio 2012

Flora, Fauna, Bona Dea. Le signore di Maggio


A maggio si assiste al trionfo della natura, che si appresta ad offrire agli uomini i suoi doni, e, non a caso, siamo in un periodo ricco di feste, sia civili che e religiose: Calendimaggio,Ascensione, spesso Pentecoste, per non parlare di parecchi santi la cui devozione si è mantenuta ben viva fino ai giorni nostri.
Nell’antica Roma, si svolgevano alcuni riti collegati alla rigenerazione e alla fecondità della natura: I Floralia,  celebrati tra la fine di aprile e i primi di maggio al circo Massimo con giochi e spettacoli. 
A festeggiare Flora,  divinità opulenta e licenziosa, erano invitate anche le prostitute, che inscenavano finte cacce ad animali domestici e, per rendere ancora più vivo il simbolismo della natura come sessualità feconda, venivano sparsi a terra semi di piante
Dopo la discinta Flora, alle Calende di maggio, si celebrava un’altra dea: Fauna, nota anche come Bona Dea, tanto pudica quanto l’altra era lasciva, si racconta che mai avesse messo piede fuori dal gineceo. Ai suoi misteri, nel celebrati nel boschetto accanto al tempio sull’Aventino a maggio,  o presso la dimora del console in carica a dicembre, sovrintendevano esclusivamente le matrone romane, mentre gli uomini erano severamente banditi; neppure gli animali maschi venivano ammessi.
Non si sa da dove abbia origine questa misteriosa figura, rappresentata spesso insieme a serpenti che abitavano indisturbati la sua dimora. Secondo lo scrittore del terzo secolo Lattanzio, si tratta della moglie di Fauno, alla quale, la nota pudicizia non impedì tuttavia di bere vino fino ad ubriacarsi. Il marito infuriato la picchiò a morte con un ramo di Mirto, da ciò si spiega il perché questa pianta sia rigorosamente tenuta fuori dal recinto del suo tempio.
Probabilmente si tratta di una antica divinità dei MarsiAngizia,raffigurata anch’essa con i serpenti, il cui culto, cristianizzato è ancora vivo in Abruzzo. Si pensi alla festa di San Domenico, a Cocullo, quando la statua del santo, ricoperta di serpi, è portata in processione per il paese come antidoto ai morsi di serpente e al mal di denti.
La Bona Dea era una divinità importantissima per i romani e violarne i misteri significava commettere un  sacrilegio. Nel nel 62 a.C, quando Publio Clodio si introdusse di nascosto nella casa di Giulio Cesare, dove erano in atto le celebrazioni della dea, lo scandalo fu talmente grande da indurre lo stesso Cesare a ripudiare l’incolpevole sposa con la famosa frase la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto.
Il primo giorno di maggio, si celebrava anche un’altra dea: Maia, personificazione della terra da cui il mese prende il nome. Le veniva sacrificata una scrofa gravida, il sus maialis (dal quale deriva la moderna etimologia di maiale) come presagio per la vita prospera dei campi. Maia, chiamata anche Bona DeaOps o Fauna, è probabilmente da identificare con la moglie del dio Vulcano dato che i sacrifici erano diretti proprio dal Flamen Vulcanalis,  sacerdote di questa divinità.
FloraBona DeaMaia che hanno origine nella notte dei tempi e le cui caratteristiche talvolta simili, talvolta complementari, finiscono per sovrapporsi, sono le varie facce di una sola divinità: la Grande Madre Feconda che sovrintende ai cicli della natura.
Culti pagani certo, ma che, come tutti i riti e le tradizioni antiche non sono andati perduti: rimangono, seppur mutati, in molte celebrazioni cristiane. Oltre al culto di San Domenico, di cui abbiamo detto sopra e che si ricollega all’iconografia diAngizia  Bona DeaCattabiani vede nell’austera Fauna un’anticipazione pagana dalla Madonna dal momento che il mese di maggio, assieme a quello di ottobre, è per la Chiesa Cattolica un mese mariano. Senza contare che in questo periodo, quando a Roma si officiava la lustratio, ossia la purificazione dei campi, i cristiani celebrano le Tempora ossia quattro giorni di digiuno e purificazione, che cadono all'inizio di ogni stagione.

E poi...
A, Cattabiani, Calendario. Mondadori 2003
Bona Dea in L'Universale, la grande enciclopedia tematica, Antichità classica.






lunedì 16 aprile 2012

Aprile





Per il mese di Aprile andiamo a Ferrara, al palazzo di Schifanoia, a vedere il Salone dei Mesi.
Iniziato da Alberto d'Este sul finire del 1300, il palazzo il cui nome significa schivar la noia, fu ampliato da Borso d'Este tra il 1465 e il 1470 e arricchito dal salone dei mesi.
Ad affrescare la sala parteciparono gli artisti della scuola ferrarese, sotto la direzione di Cosmè Tura. Di attribuzione certa, dato che ci sono giunti documenti sulle lamentele dell'artista per l'esiguo pagamento, sono i mesi di marzo, aprile e maggio, attribuiti a Francesco del Cossa.
Sulle quattro pareti sono affrescati simmetricamente, divisi da paraste, enormi quadri dedicati ciascuno ad un mese dell'anno. Dei primi due, gennaio e febbraio, sulla parete sud è rimasto poco. Ogni mese è diviso in tre fasce orizzontali: in quella superiore il trionfo della divinità protettrice, quella mediana con i Decani e l'ultima con scene di vita alla corte di Borso d'Este.
Aprile è posto sotto il dominio di Venere, che vediamo alla guida di un carro trainato dai cigni. Davanti a lei inginocchiato c'è Marte che le rende l'onore delle armi, come in primavera gli istinti bellicosi cedono di fronte alle lusinghe dell'amore. Nel paesaggio, dalla prospettiva perfetta, dove sullo sfondo si vedono una città e rocce fantastiche, si inseriscono personaggi abbigliati come ricchi cortigiani dediti alla musica e alla conversazione. Sullo sfondo dominano le tre Grazie, mentre tra la vegetazione di siepi di melograno, sono accucciati lepri e conigli, simbolo di fecondità.
La fascia mediana di ciascun affresco è la parte più enigmatica dell'intero ciclo, tutt'oggi non decifrata con certezza. Il segno zodiacale del mese, il Toro, è affiancato da tre figure umane, i Decani.
Queste divinità misteriose di origine egizia, che presiedono a ciascuna decade per ogni segno, tramite i demoni potenziano l'energia dei pianeti cui sono associati e dominando la porzione di dieci giorni di ciascun segno zodiacale, formano il carattere di persone cose e avvenimenti che ricadono sotto la loro influenza.
Lo storico dell'arte tedesco Aby Warburg ne diede, nel 1912, una lettura iconografica che è tutt'ora quella maggiormente accreditata. Analizzando le fonti classiche, ma anche quelle arabe e indiane, ha collegato i decani alla Sphaera Barbarica, ossia alle costellazioni egizie che si affiancavano a quelle tradizionali della sphaera graecanica, come si può vedere sul planisfero di Denderah, ossia un soffitto di un tempio egizio che raffigurava la volta celeste databile intorno al 36 a. C.
Lo studioso tedesco ha trovato poi delle corrispondenze tra l'iconografia dei decani e fonti iconografiche indiane, come se le divinità pagane, con l'avvento del cristianesimo, avessero scelto la via dell'esilio, un rifugio nell'estremo oriente.
Ma come sono arrivate a Schifanoia queste figure? Sappiamo che la consulenza astrologica per il ciclo pittorico fu di Pellegrino Prisciani che aveva conosciuto i decani tramite Pietro d'Abano, traduttore delle opere dell'arabo Abumasar.
I tre decani del segno del Toro sono raffigurati come una donna vestita di rosso con un bambino, un uomo con calzari alati e turbante che tiene in mano una chiave e un personaggio che regge un drago.
Secondo gli astrologi, ogni decade di ciascun segno è posta sotto il dominio dei pianeti che governano i segni dello stesso elemento. Nel nostro caso, trattandosi del segno di terra del Toro i tre personaggi sarebbero quindi Venere, Mercurio e Saturno. Secondo Firmico Materno, che dà l'interpretazione più accreditata dei Decani, ciascuna decade era assegnata ad un pianeta secondo l'ordine degli stessi, cioè Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna. Quindi il primo Decano del Toro sarebbe mercurio, il secondo la Luna, e il terzo Saturno. Personalmente accetterei la prima ipotesi date le caratteristiche prettamente mercuriali del secondo decano, l'uomo con la chiave. Elemire Zolla propende invece per la seconda: la grazia mercuriale, la sapienza lunare, la malinconia di Saturno.
L'ultima fascia, dove ci sono scene della quotidianità della vita di corte, in un ideale collegamento tra gli astri e la vita di ogni giorno, rappresenta il palio di San Giorgio che si svolgeva proprio in aprile, in memoria del santo guerriero festeggiato il 23 del mese. Un avvenimento strano dove si sfidavano, per il divertimento della corte nani prostitute ed ebrei è qui raffigurato con estremo realismo e gusto del particolare, ma con un accurato studio della prospettiva. Si veda, ad esempio il duca che premia un buffone con una moneta, o il ragazzo con il falcone, che, con le gambe al di là della cornice crea un effetto trompe l'oeil.


e inoltre...
Ilaria Miarelli Mariani, La Sala dei mesi in Palazzo schifanoia a Ferrarahttp://www.italica.rai.it/rinascimento/parole_chiave/schede/schifan.htm
Aby Warburg, Italienische Kunst und internationale Astrologie im Palazzo Schifanoja zu Ferrara (1912), in La Rinascita del paganesimo antico, Sansoni, Firenze, 1966

giovedì 29 marzo 2012

Marzo

Perugia, Fontana maggiore, Nicola Pisano. Marzo


prossimamente...

mercoledì 29 febbraio 2012

29 febbraio




Porta sfortuna o porta bene? Chi lo sa; comunque, ogni quattro anni, ce lo dobbiamo sorbire il 29 Febbraio!
Il nome Bisestile, dato all'anno in cui febbraio ha 29 giorni, viene dalla riforma del Calendario attuata da Giulio Cesare nel 46 a.C.
Nella Roma repubblicana, si computava l'anno seguendo un calendario lunare che la tradizione attribuiva al secondo re, Numa Pompilio. L'anno era di 354 giorni ai quali, per farlo coincidere con il ciclo solare, si aggiungevano, ogni due o tre anni, 22 o 23 giorni alla fine Febbraio.
Questi giorni, sommati agli ultimi cinque del mese, andavano a formare il mese intercalare o mese macedonio. A regolare le variazioni del calendario, erano i Pontefici, la massima autorità religiosa, che, spesso e volentieri, allungavano o accorciavano gli anni per prolungare la carica dei magistrati.
Giulio Cesare, avvalendosi della consulenza di astrologi egiziani, adottò un calendario solare. Aggiunse 2 giorni ai mesi di gennaio, agosto (sestile) e dicembre nonché un giorno ai mesi di aprile, giugno, settembre e novembre. Per completare il ciclo solare, mancava ancora ¼ di giornata: si decise di aggiungere un giorno ogni 4 anni da far cadere al sesto giorno prima delle Calende di marzo e da qui deriva il termine bis sextus (due volte il sesto). Nella Roma arcaica, l'anno iniziava con il mese di Marzo, consacrato al dio Marte, mentre i mesi di Gennaio e Febbraio erano considerati un periodo di passaggio: ecco perché i giorni aggiuntivi sono sempre stati collocati in questo periodo.
Rimase però un'eccedenza di alcuni minuti rispetto al ciclo solare che portò, nel corso dei secoli ad un'ulteriore sfasatura, tanto che, nel Trecento il solstizio invernale cadeva il 13 dicembre (da qui il proverbio: Santa Lucia la notte più lunga che ci sia). Papa Gregorio XIII, nel 1582 con un'ulteriore riforma, stabilì che gli anni bisestili cadessero ogni quattro anni, mentre fra i secolari lo fossero solo quelli divisibili per 400. Ma anche questa riforma non è perfetta.
Chissà se porta male o no, probabilmente la sua cattiva fama è causata dalla superstizione dei Romani che ritenevano poco propizia ogni variazione delle forme consuete. Di certo, in Italia i terremoti di Messina e del Friuli caddero in anni bisestili. Come per tutte le superstizioni, esiste il rovescio della medaglia: proprio l'originalità della giornata la fa ritenere favorevole ai nuovi inizi mentre i bambini nati oggi sono considerati fortunati. In Scozia le donne possono,solo oggi, chiedere all'amato di sposarle e costui non può rifiutare.

E poi...
A. Cattabiani, Calendario, Mondadori 2003
A. Cattabiani, Lunario, Mondadori 2002


domenica 26 febbraio 2012

Acrostico di Febbraio




Finché godi il giorno

E ritmi i tuoi passi giocando col

Ballo, non perdere i

Baci! Domani non tornano.

Ridi! Ti prego! E non 

Ascoltare

I vecchi invidiosi!



Oggi è Quaresima.


Alisa Mittler, 2006

sabato 25 febbraio 2012

Febbraio






L'immagine di Febbraio è una miniatura dei fratelli Limbourg, tratta da le Très Riches Heures, un libro d'ore realizzato agli inizi del XV secolo per il Duca Jean di Berry.
I libri d'ore erano dei compendi devozionali dedicati ai laici, che, corredati da calendari con decorazioni miniate, indicavano le preghiere, i salmi, gli inni, da recitare durante la giornata. Nati nel XI si diffusero soprattutto tra il XV e il XVI a livello quasi industriale.
Nel libro del Duca Di Berry, troviamo da un lato il calendario dove sono indicati con estrema precisione la lunghezza dei giorni e le fasi lunari mentre, nella pagina a fronte, sotto alla rappresentazione della volta celeste con il carro del sole, le lune e i segni zodiacali, è miniata l'immagine del mese. In ognuna di queste, a far da sfondo alle scene di svaghi di corte o di lavori agresti, sono le proprietà del duca: i suoi castelli e le sue tenute, resi con precisione naturalistica e grande attenzione ai dettagli.
I tre fratelli Limbourg, che non furono tuttavia gli autori della serie completa, perché morirono di peste nel 1416, lavorarono prevalentemente presso le corti francesi, tuttavia, soprattutto nel libro d'ore, si nota l'influenza della miniatura lombarda e della pittura toscana, tanto che alcuni studiosi arrivano ad ipotizzare il viaggio di uno di loro in Italia. I paesaggi e le figure sono caratterizzati con grazia ma, nello stesso tempo con studio della prospettiva ed estremo realismo, tanto che la loro opera è ritenuta dagli studiosi uno dei primi esperimenti di pittura dal vivo ed è utile per ricostruire le abitudini del tempo, sia dei cortigiani che del popolo.
Il mese di Febbraio mostra un paesaggio innevato. In lontananza un uomo conduce un mulo, mentre un taglialegna è all'opera al bordo di un bosco. In primo piano si vede l'interno di una casa, con tre persone che si scaldano al fuoco, all'esterno avanza una vecchia che si copre con un mantello lacero. L'accuratezza con cui sono tratteggiati i particolari, come i corvi che beccano sulla neve e il cane curioso che osserva accanto al camino, mostrano gusto per la narrazione.
La posizione innaturale e quasi “provocante” delle tre figure intente a scaldarsi e il contrasto con la vecchia che avanza, mi ha fatto venire in mente, ma è solo una mia ipotesi, l'allegoria della lotta tra il Carnevale e la Quaresima, tema che ritorna spesso nel medioevo e nel rinascimento, si veda, ad esempio il famosissimo quadro di Brugel.
Il termine Carnevale, che indica un periodo di festeggiamenti e di follia dopo il Natale, inizia in alcune zone d'Italia già all'Epifania, ma convenzionalmente il 17 gennaio festa di S. Antonio Abate, per concludersi il mercoledì delle ceneri. Nella sola diocesi di Milano, invece, secondo il rito Ambrosiano, il Carnevale continua fino alla domenica successiva.
L'origine del termine Carnevale, usato per la prima volta dal giullare Matazone nel XIII secolo è controversa: potrebbe essere un saluto alla carne dal latino carni vale, dato che, durante la Quaresima le carni erano bandite dalla tavola, o essere inteso come un sollievo alla carne, un periodo di tempo dove gli istinti più elementari erano lasciati liberi di sfogarsi, o, più probabilmente indica il car naval, la nave dei folli che simbolicamente attraversa questo periodo di confusione e della quale è rimasta traccia nelle tante sfilate allegoriche attraverso le città.
L'allegria, il capovolgimento dei ruoli, l'atmosfera orgiastica, richiamano i Saturnali romani e altre feste pagane come leAntesterie celebrate in primavera ad Atene in onore di Dioniso.
Il Carnevale è tempo di di passaggio tra una stagione e come sempre accade in questi momenti c'è una contaminazione con il mondo infero: gli spiriti dei trapassati sono liberi di tornare sulla terra e mescolarsi con i viventi. Le maschere altro non sono che corpi atti a dare consistenza alle anime che possono così muoversi in mezzo a noi. Si pensi che, il nome della maschera italiana più popolare, Arlecchino, deriva da Hoelle Koenig, re degli inferi. In Sardegna protagonisti del Carnevale sono i mamuthones, personaggi spaventosi vestiti di pelli e con campanacci sulle spalle, tenuti a bada dagli issicadores con le funi.
C'è infatti qualcosa di sinistro nel Carnevale, nella sua allegria forzata, nell'ineluttabilità della festa, nel dover sottostare agli scherzi. È un'allegria venata di inquietudine perché si sa che la festa con i suoi doni è destinata a finire presto, anzi la festa ha senso proprio perché annuncia la morte necessaria alla rigenerazione della natura e ad un nuovo anno e le forze infere, benché indispensabili incutono sempre diffidenza e timore.
Il re del Carnevale, che regge le sorti di quel mondo alla rovescia, alla fine della festa viene simbolicamente ucciso o scacciato. Un po' come il Rex Saturnaliorum che torna ad essere legato nel tempio o i morti espulsi da Atene dopo le Antesterie. Talvolta è identificato addirittura con il Diavolo come a Point- Saint- Martin in Valle d'Aosta. Altre volte con il tiranno locale come ad Ivrea dove, ancora oggi si intraprende una battaglia con arance in ricordo della rivolta popolare. Ora che la luce trionfa sulle tenebre, il nuovo anno può cominciare.


e poi... 
A. Cattabiani, Calendario, Mondadori 2002
 
A. Cattabiani, Lunario, Mondadori 2002