giovedì 31 dicembre 2015
domenica 8 novembre 2015
Mundus Patet
L'Umbilicus urbis Romae, da molti identificata come l'entrata del Mundus |
Novembre. Mese di
passaggio, quando l'estate è finita e l'inverno ancora non è
iniziato. Per i celti è tempo di Samhain, che introduce alla metà
oscura dell'anno. Nella cultura cattolica sono giorni dedicati al
ricordo dei defunti.
Presso quasi tutti i
popoli, nei momenti di transizione, cade la barriera tra i due mondi:
i morti possono tornare a visitarci. Sono periodi cruciali che
mettono, se non spavento, almeno timore. Anche la festa di Halloween,
ritenuta a torto un'americanata,
nasconde, dietro la patina commerciale, risvolti inquietanti:
le zucche intagliate e i dolcetti- scherzetti, ci riportano
all'usanza contadina di accogliere le presenze, amate ma invadenti di
ritorno dall'altro mondo.
Nell'antica Roma, il
mondo dei vivi e quello dei morti entravano in contatto a febbraio
durante le celebrazioni dei Feralia, ma anche nei tre giorni
di Mundus patet.
Il Mundus era un
sacello sotterraneo che veniva aperto il 24 agosto, il 5 ottobre e
l'8 novembre. Non si sa bene dove si trovasse, perché le fonti sono
contraddittorie e fanno confusione.
Plutarco chiama Mundus
la fossa scavata da Romolo nel Comizio, all'incrocio fra Cardo e
Decumano, dove, secondo l'uso etrusco alla fondazione della città vi
aveva sepolto, come rito propiziatorio, le primizie di ogni cosa,
mentre i suoi compagni vi gettarono un pugno di terra del loro paese
d'origine.
Ovidio, nei Fasti,
la colloca sul Palatino.
Il grammatico romano
Festo, vissuto nel II secolo d. C., nel De verborum significatu,
(un dizionario enciclopedico noiosissimo ma prezioso, perché
raccoglie una serie di fonti sulla società e sugli usi religiosi
romani), parla di un Mundus Cereris ossia di un tempio
sotterraneo dedicato a Cerere, dea del frumento ma associata al
mondo infero, in quanto custode dei fenomeni tellurici e sotterranei
e, in qualità Grande Madre anche della fecondità. Era infatti
l'equivalente romano di Demetra, madre di Persefone sposa del dio
Ade, identificata dai romani con Proserpina.
Il Mundus doveva
quindi trovarsi presso il tempio di Cerere, tanto più che
un'iscrizione rinvenuta a Capua attesta l'esistenza di un Sacerdos
Cerialis Mundialis.
Festo
continua descrivendo il Mundus
come speculare alla volta celeste che con essa faceva un tutt'uno,
formando un'ideale sfera (interessante il parallelo che si può
stabilire tra l'etimologia di Mundus e il termine sanscrito Mandala,
che indica appunto la sfera, lo spazio sacro). Specifica poi che era
un luogo consacrato agli Dei Mani, ossia alle anime dei defunti,
destinato a restare sempre chiuso tranne che nei tre giorni indicati.
I
giorni di Mundus Patet (il Mundus è aperto) erano dies
religiosi, (portavano sfiga), perciò si sconsigliava di
intraprendere qualsiasi attività sia laica che religiosa. Era
considerato infausto combattere o convocare i comizi ma pure sposarsi
o congiungersi alla moglie per fare figli. Tuttavia i tre giorni di
Mundus Patet erano segnati sui calendari come comitiales,
poiché il Senato si limitava a segnalare alcuni giorni come di
cattivo auspicio, senza interferire con la dottrina ufficiale dei
pontefici, non ponendo in sostanza alcun obbligo.
Secondo
alcune interpretazioni, escluse però da dallo storico della
religione romana Dumezil, la parola Mundus ha la stessa radice
indoeuropea di utero o bocca e rimanda ai termini di “mondare” o
“purificare”.
La
cerimonia della sua apertura poteva forse avere un carattere
iniziatico, quasi fosse un rito di creazione di una nuova vita
collettiva, una specie di preparazione agli eventi del mese
successivo .
Ma
cosa accadeva di preciso all'apertura del Mundus?
Sempre
da Festo, sappiamo che: occultae et abditae religioni deorum
Manium essent, ueluti in lucem quamdam adducerentur et patefierent
ossia che erano portati alla luce i segreti della religione degli
dei Mani, su cosa vertessero in concreto questi segreti, l'autore non
dice nulla.
Anche
Macrobio nel V secolo, riportando nei Saturnalia una frase di
Varrone, accenna ad un segreto deorum tristium et inferum, per
poi lasciarci con un palmo di naso.
Spiega
però che, essendo il tempio consacrato a Proserpina e a Dis
Pater, il dio romano delle ricchezze, che può essere assimilato
a Plutone (Da notare la stessa radice semantica tra Mundus e
Mantus, la versione etrusca di Dis Pater) il rischio
per gli uomini era essenzialmente quello di essere risucchiati nel
mondo infero, quindi non era il caso di andare in battaglia quando
le porte del regno di Plutone erano aperte.
Senza
dubbio, il timore e la riverenza che i tre giorni di apertura del
Mundus ispiravano ai romani, non era collegato ad una generica
ricomparsa dei morti, quanto piuttosto alla conoscenza di alcuni
segreti che, se non approcciati in maniera corretta, magari dai non
iniziati, potevano rappresentare un serio pericolo.
E
poi...
G.
Dumézil. La religione romana arcaica, Bur, 2001
M.
Ponticello.I Pilastri dell'anno, il significato occulto del calendario, Arkeios, 2013.
romanoimpero.com
Festo,
144-146 L
Macrobio, Saturnalia,
I, 16, 17
C. Milani, Varia
Linguistica, Educatt, 2009
Nel giorno di Giovanni Duns Scoto
domenica 21 giugno 2015
Le strane immagini delle pievi
Nel mese di maggio,
dedicato alla Madonna, cercando qualcosa per ravvivare un po' il
blog, ho trovato una foto dell'architrave della pieve dei Santi Vito e Modesto, a Corsignano
in Toscana.
L'attuale edificio, pur
con molti rimaneggiamenti, è da datarsi al XII - XIII secolo, ma le
prime tracce risalgono all'VIII.
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il fregio della facciata |
Sulla facciata, proprio
sopra alla porta di ingresso, c'è un fregio che raffigura una sirena
a due code che mostra la vulva. Alla sua sinistra un'altra sirena
suona la ribeca,uno strumento ad arco simile al liuto, mentre un
drago pare sussurrarle qualcosa all'orecchio; a destra una
danzatrice, con un braccio afferra per il collo un altro drago, che
protende le fauci verso di lei, mentre con l'altro pare voler
trattenere una compagna.
Il nostro immaginario è
abituato alla raffigurazione della sirena come un essere donna nella
parte alta del corpo ma con la coda di pesce al posto delle gambe.
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Ulisse e le Sirene, V secolo a.C |
Tuttavia,anche nei
bestiari medievali, le due iconografie continuarono a coesistere e le
sirene erano spesso rappresentate come ibride di entrambe i generi.
Alberto Magno, il
filosofo domenicano vissuto nel XIII secolo, le
descrive, nel trattato de Animalibus, come creature con
parte superiore del corpo di donna, le ali, la coda squamosa e i
piedi d'aquila.
Nelle chiese medievali
dell'Italia settentrionale già nel VII secolo venivano raffigurate
sirene con la doppia coda di pesce per adattarle alla struttura dei
capitelli.
I Padri della chiesa
vedevano nella sirena un'allegoria della seduzione esercitata sul
cristiano dalla cultura pagana. Solo il saggio cristiano, come scrive
il discepolo di Ambrogio, san Massimo di Torino nel V secolo dopo
Cristo, legato alla croce, come Ulisse lo era all'albero maestro
della nave, poteva ascoltare il loro canto senza perdersi.
Con il passare dei
secoli, le sirene divennero invece emblema del peccato di lussuria. I
bestiari medievali rappresentano spesso la sirena bicaudata nell'atto
di pettinarsi i lunghi capelli o di ammirarsi allo specchio, vezzo
tipico delle prostitute.
Le sirene, siano esse
alate o con la coda di pesce, hanno comunque una genealogia che le
collega al canto: figlie di dio fluvuiale Acheloo e, a seconda degli
autori, di Melpomene, la musa del canto o di Tersicore della danza,
secondo il poeta latino Ovidio morirono suicide, dopo essere state
umiliate dalle muse in una gara canora. Sempre il poeta latino dice
che furono fedeli a Proserpina e nel corso dei secoli mantennero
sempre un legame con il mondo ultraterreno, tanto che si credeva
fossero le accompagnatrici delle anime nell'aldilà.
Ma perché era così
letale ascoltare la voce sirene? Il pericolo non proveniva solo dalla loro carica erotica. Legate con ogni probabilità alla
Grande Madre, attraverso il canto potevano ricondurre l'uomo, in un mondo infero, nell'utero primordiale di Gea da cui tutto ebbe inizio,
cosa inconcepibile in una società patriarcale come quella greca.
Platone, nella Repubblica,
descrivendo il viaggio del
guerriero Er nell'aldilà immagina Ananke, la necessità come
una filatrice che, ruotando il fuso, disegna il destino del mondo. Il
fuso è formato da cerchi concentrici ognuno governato da una sirena
che insieme cantano l'armonia del cosmo.
Ma tornando
all'architrave della pieve di Corsignano, edificio cristiano sorto
probabilmente in un bosco legato al culto dei divinità legate
all'acqua, possiamo leggere nell'immagine dei draghi il Tempo che
tutto produce e divora, mentre nel grembo ostentato della sirena il
desiderio che infonde la vita. I ritmi sonori puri, ma inconsistenti
diventano quindi carne grazie al desiderio sessuale.
Sopra il fregio,
a sostegno di una bifora ad M, simbolo della Vergine Maria, c'è una
figura femminile, con una mano sul fianco e i seni scoperti,
iconografia più adatta ad una divinità pagana che alla Madonna.
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la bifora con la cariatide |
Si tratta solo di un
“riciclo” di un'immagine legata a culti precristiani?
Anche le Sirene, come
Maria, erano vergini e stando al poeta greco Esiodo, furono punite da
Afrodite che non sopportava la loro scelta di castità per dedicarsi
ad una conoscenza più grande; curiosamente una miniatura austriaca
del XV secolo raffigura la Madonna proprio come Sirena.
La vulva esposta dalla
creatura a due code del fregio è simbolo di fecondità. Si
tratterebbe quindi di una fecondità solamente spirituale?
Sant'Agostino,
commentando il salmo 57, scrive: Alienati sunt peccatores a vulva,
ossia i peccatori si sono estraniati dalla vulva che ha partorito il
Cristo, cioè dalla Verità. La vulva di Maria è immagine della
Porta dei Cielo, come conferma il vescovo ortodosso Andrea di Creta
vissuto nel 700 commentando il passo biblico del profeta Ezechiele:
E
l’Eterno mi disse: "Questa porta sarà chiusa, essa non
s’aprirà, e nessuno entrerà per essa, poiché per essa è entrato
l’Eterno,
l’Iddio
d’Israele.
Una
simmetria con la Sirena a due code del fregio si può leggere anche
nella Madonna del Parto che Piero della Francesca, affrescò a metà
del 1400: due angeli sostengono i lembi di una tenda che, come un
sipario, si apre a mostrare la Madonna incinta. All'apertura
della tenda corrisponde la fessura sulla veste di Maria, il
Tabernacolo Santo di cui parla il profeta Ezechiele nella Bibbia, del
tutto simile alla vulva esposta dalla sirena bicaudata del fregio.
Ma Maria è anche
immagine della Chiesa che nel corso della storia fu santa e
peccatrice, tanto da essere spesso definita casta meretrix.
Quindi l'immagine della sirena che, come abbiamo visto, aveva spesso
gli attributi della prostituta, non è certo fuori luogo.
Se guardiamo poi la
genealogia di Cristo, con cui Matteo fa iniziare il suo Vangelo,
scorriamo un insolito elenco di nomi e parentele: stranamente
compaiono quattro donne che, nel mondo ebraico, dove la filiazione si
trasmetteva in maschile, difficilmente sarebbero state citate.
Queste donne poi, se non sono prostitute, conducono comunque una vita
sessuale “irregolare”: Tamara si finge prostituta, Ruth è una seduttrice, poi leggiamo della moglie di Davide, Betsabea, ma soprattutto di Raab.
Raab il cui nome in ebraico significa Dio ha aperto o Dio ha
allargato (come larghe sono le code della sirena del fregio)
è il nome della prostituta che a Gerico apre le porte e accoglie le
truppe di Isarele. Come mai L'Evangelista non si preoccupa di
nascondere queste scandalose origini di Cristo? Forse per dare prova
della veridicità del testo sacro? O piuttosto per dire che Dio non
disdegna la natura umana, nemmeno nelle sue debolezze, anzi ne fa uno
strumento di salvezza. Non mortifica la fisicità tanto da incarnarsi
in un corpo di uomo. Che sia questo il segreto che cela il canto
delle sirene?
E poi...
A. Cattabiani. Acquario, Mondadori, 2002
A. Beretta, E Broli.
Peccato non farlo, Piemme, 2004
N. Valentini.
L'inquietante femminile, Sometti, 2011
V. Sgarbi, Piene di Grazia, Bompiani, 2011
V. Sgarbi, Piene di Grazia, Bompiani, 2011
http://www.angolohermes.com/Luoghi/Toscana/Pienza/Corsignano.html
Nel giorno del Solstizio d'Estate 2015
giovedì 5 febbraio 2015
Inizia un nuovo anno. Ma quando?
Ricomincia l'anno e anche
il blog, un po' trascurato ultimamente. Sebbene questi siano appunti
buttati giù a mano durante le crisi di emicrania e poi riordinati al
pc, cercherò di essere un po' più costante.
Il capodanno è passato
da oltre un mese, l'Uroboro il serpente del Tempo che trascorrendo si
rinnova, torna a mordersi la cosa e inizia un nuovo ciclo. Ma quando
è davvero il punto di rottura e coincidenza insieme?
Il Celti lo individuavano
al 31 ottobre, nella notte di Samhain.
I romani iniziarono a
festeggiarlo alle Calende di Gennaio dal II secolo a.C., quando, a
partire dal 153 a.C. segnava la data di insediamento dei due consoli,
ma secondo la tradizione fu Numa Pompilio che, riformando l'arcaico
Calendario di Romolo, sostituì l'antico Capodanno che cadeva a
Marzo.
Il
mese di Gennaio a Roma era dedicato al dio Giano, il cui nome deriva
da Ianua la porta e,
sebbene l'etimologia sia diversa, non si può non notare l'assonanza
con il nome di Giovanni. Ma, stando a quanto dice René Guenon, anche
le assonanze non sono da trascurare ed infatti, la liturgia
cattolica, ricorda proprio a ridosso dei solstizi i due San Giovanni:
il Battista al 24 giugno e l'Evangelista al 27 dicembre.
Il
Capodanno primaverile continuò però ad essere festeggiato nei
secoli successivi alla caduta dell'impero Romano nei vari stati della
penisola italiana. Firenze, fino al 1749 faceva iniziare l'anno il
giorno dell'Incarnazione, il 25 marzo, Venezia il primo di marzo,
mentre a Milano, fino al 1797, il capodanno era il 25 dicembre.
Ma
tornando all'antica Roma, il calendario attribuito a Numa Pompilio,
che in realtà dovrebbe risalire all'epoca dei Tarquini, aggiungeva
ai consueti dieci altri due mesi per armonizzare la durata del mese
lunare, con il ciclo solare. Probabilmente questi mesi sarebbero
stati proprio Gennaio e Febbraio, ma non è certo. Alcuni studiosi,
ad esempio Carandini, sostengono che ciò non sarebbe possibile, in
quanto in questo periodo si celebravano feste antichissime che non
potevano certo venire spostate e forse ad essere aggiunti furono mesi
privi di importanti ricorrenze, come settembre e novembre.
Però
il mese lunare non poteva essere una frazione esatta dell'anno
solare: restava una differenza di 10 giorni e un quarto che venne
recuperato con l'inserimento ogni due anni di 22 o 23 giorni
alternativamente, che sommati agli ultimi 5 giorni di febbraio,
andavano a formare il mese intercalare, inserito prima della
lunazione primaverile.
Ma
anche questa correzione non fu sufficiente a far quadrare i conti. Il
compito di gestire le intercalazioni era affidato ai pontefici, che
spesso allungavano o accorciavano il tempo per prolungare le cariche
politiche. Prima della riforma di Giulio Cesare nel 46, la confusione
era tale che il Solstizio d'inverno cadeva ad ottobre.
Cesare,
sotto la guida dell'astronomo Sosigene, decise di abbandonare il
calendario lunare a favore di quello solare degli Egizi, mantenne
l'anno di dodici mesi, aggiungendo un giorno ad aprile, giugno,
settembre e novembre e due a gennaio, agosto e dicembre.
Restava
la differenza di un quarto di giorno, che veniva recuperato ogni
quattro anni con l'inserimento di un giorno supplementare sei giorni
prima delle calende di marzo, il mese di febbraio aveva così due
volte il sesto giorno e l'anno veniva chiamato bisestile.
Tuttavia
il calendario odierno non è precisamente quello ideato da Giulio
Cesare, ma si basa sulla riforma di papa Gregorio XIII che corresse
le imperfezioni della riforma Giuliana. Infatti, ogni anno durava
circa 11 minuti in più rispetto al corso del sole, minuti che
sommandosi, andavano a formare un giorno in più ogni 128 anni così
che equinozi e solstizi erano “retrocessi” di alcuni giorni.
Questa
sfasatura venne corretta nel 1582, riportando l'equinozio di
primavera al 21 marzo, togliendo alcuni giorni e stabilendo che tra
gli anni secolari fossero bisestili solo quelli divisibili per 400.
In
molti calendari è presente una differenza tra i cicli astrali che
conta 11-12 giorni, il cosiddetto dodekameron, un periodo di
tempo fuori dal tempo, che, a seconda della tradizione è collocato
in vari punti dell'anno.
Le
più importanti feste celtiche cadevano a 40 giorni da solstizi ed
equinozi, il termine 40 torna anche nel calendario giudeo come quello
cristiano; la Quaresima tempo di digiuno e purificazione dura appunto
40 giorni e 40 giorni passano dalla Pasqua all'Ascensione. Pare
esserci quindi un substrato comune a molte culture indoeuropee, che
divide l'anno in cicli di 40 giorni fino ad un totale di 320.
I
giorni che rimanevano al completamento del ciclo solare erano quindi
un tempo fuori dal tempo, dedicato a rituali di purificazione e
rigenerazione.
Se
guardiamo ai tempi nostri, sebbene “sbiadite” dalla modernità e
dal consumismo, le maggiori feste da Halloween che deriva
dall'antico Samhain, celtico e che in alcune zone dell'Italia si
fonde con la ricorrenza di San Martino, alla grande Festa che va dal
solstizio invernale all'Epifania inglobando il capodanno civile, al
carnevale in primavera, presentano molte similitudini. In primo luogo
la durata di 12 giorni che accomuna il periodo del Samhain autunnale
alle feste natalizie e poi le maschere, i fuochi, l'evocazione dei
defunti tutti elementi che ricorrono seppure non concomitanti, in
questi giorni che interrompono lo scorrere del tempo.
Ma
tornando nuovamente al calendario romano arcaico, quello in uso prima
della riforma di Numa Pompilio sappiamo che era composto di dieci
mesi dalla durata variabile e l'anno, secondo Macrobio durava 304
giorni, mentre per Plutarco 360. Come mai questa differenza proprio
di 60 giorni? Probabilmente ci si riferisce a due periodi diversi.
Lo
studioso iranico Gangadar Tilak vissuto nella seconda metà
dell'ottocento, esaminò i Veda, ossia la letteratura antica
indoeuropea che assieme all'Avesta iranica, parlava di una dimora
nelle regioni subpolari degli antichi popoli indoeuropei antenati
anche dei romani. Il loro anno era composto di dieci mesi in quanto
non erano computati i due mesi bui della notte polare. Quando poi
migrarono a sud, in zone dai climi più miti aggiunsero i due mesi
all'antico calendario.
Quindi
i mesi di gennaio e febbraio sono sentiti ancora ai tempi nostri come
una lunga alba in preparazione al nuovo anno, dove si innestano riti
di vario tipo. Purificatori come la Candelora e la Quaresima,
orgiastici come in Carnevale o di buon auspicio come la festa di
Sant'Antonio. Tutte cerimonie con un substrato comune:
mascherate, pratiche di magia imitativa, abbattimento delle barriere
sessuali e sociali in un clima orgiastico, formazione di compagnie
purificatrici e fecondanti che attuavano questue e denunciavano
pubblicamente le mancanze della società. Un Tempo fuori dal tempo un
momento di cesura che prelude alla rinascita.
...e poi
E.Baldini, G. Bellosi, Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa. Laterza, 2012
A. Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell'anno. Mondadori, 2003
C. Miles, Storia del Natale, tra riti pagani e cristiani.Odoya, 2010.
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