Il santo di novembre è
senza dubbio Martino, vescovo di Tours e patrono di Belluno,
festeggiato l'undici del mese. Martino nacque in Pannonia,
nell'odierna Ungheria nel 316 o 317, educato al paganesimo
intraprese, come il padre, la carriera militare. Rimase però
affascinato dalla religione cristiana, e, dopo la conversione, lasciò
l'esercito e si ritirò a vita eremitica a Ligugè nei pressi di
Poitiers. Eletto nel 371, suo malgrado, vescovo di Tours, continuò
a preferire la vita contemplativa, tanto da andare ad abitare in una
piccola casa poco distante dall'episcopato dove fondò il monastero
di Marmoutier, uno dei più antichi d'Europa.
Martino attraversava le
campagne per evangelizzare e il suo vigore nel combattere i culti
pagani è testimoniato da parecchi episodi leggendari, che lo vedono
abbattere i simboli dell'antica religione, o intraprendere cruenti
duelli contro il demonio. La sua popolarità fu grandissima,
accresciuta anche da poteri taumaturgici, tanto che, dopo la morte, a
Tours, sul luogo della sepoltura, venne eretta una chiesa che
divenne uno dei più importanti centri di pellegrinaggio europei.
Sia la tradizione
agiografica ufficiale, che la letteratura popolare sono ricche di
storie e aneddoti destinati ad alimentare la fervida fantasia
dei fedeli; nel XV secolo di diffusero i Martiniadi, compilazioni di
racconti sulla vita del santo in onore del quale vennero composti
anche canti in volgare.
La grande notorietà di
S. Martino ha fatto si che la tradizione letteraria e la cultura
popolare, lungi dall'essere comparti asettici dialogassero e si
influenzassero tra loro, così che, nei giorni della sua festa, si
fondono elementi agiografici, reminiscenze di culti pagani e
tradizioni calendariali.
San Martino è
tradizionalmente ritenuto patrono di molte categorie come i Fanti, i
mendicanti e i sommelier, ma curiosamente nell'Italia centrale è
soprattutto il protettore dei cornuti.
In Emilia Romagna,
Toscana, Lazio, Umbria, nella capitale, fino in Campania, l'11
novembre si tengono processioni e feste in onore dei coniugi traditi.
In Umbria c'è addirittura uno sdoppiamento della festa: l'11 si
festeggiano gli uomini mentre il 12 è la vota delle donne cornute;
probabilmente a causa del vecchio calendario liturgico che, il 12 di
novembre, ricordava un santo omonimo: Martino I papa.
Quella di San Martino
era una festa che non aveva i requisiti dell'ufficialità: testimoni
raccontano di come ci si riunisse “informalmente” tra amici e
parenti per consumare vino e castagne; le corse e le processioni dei
cornuti non avevano una struttura organizzativa portante, e
soprattutto mancava quasi del tutto un'ufficialità liturgica.
Caratteristica dell'11 di
novembre è proprio la corsa dei cornuti: schiere di mariti traditi
si sfidavano in una gara podistica, dove chi vinceva era considerato
il più cornuto di tutti.
Il più delle volte, le
competizioni erano soltanto immaginate: in Romagna si diceva che i
cornuti andassero in a fare la gara in sogno, mentre il loro corpo
rimaneva a letto. Oppure erano evocate nei racconti e nei motteggi:
si parlava di una corsa di cornuti che si sarebbe svolta in un borgo
vicino, mentre si sfotteva qualche compaesano dicendogli che
sarebbe stato sicuramente il vincitore. Spesso questi scherzi erano
presi sul serio da qualcuno permaloso e finivano in rissa, come
raccontano i giornali dell'epoca.
In Romagna c'era l'usanza
dello charivari: un ritrovo schiamazzante di giovani sotto le
finestre del presunto cornuto, per canzonarlo ricordandogli la sua
condizione.
Molto
frequenti erano anche le processioni in onore dei coniugi traditi:
In Umbria, a S. Vito, la sfilata, alla quale partecipavano tutti i
maschi del paese, era aperta da un palco ornato di corna di bue
mentre a Boschi, sempre in Umbria, ad aprire la processione era il
primo sposo dell'anno.
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I Cornuti a Ruviano |
A
Tocco Casauria, in Abruzzo, è lo stesso S. Martino a sfilare a
cavallo per le vie, abbigliato con mitra e cappa, accompagnato da un
demonietto tentatore che regge come lucerna una zucca intagliata cui
sono stati applicati due peperoncini a mo' di corna, mentre un gruppo
di ragazzi schiamazza sotto le finestre dei presunti cornuti. Una
grande festa si tiene ancora oggi a Ruviano in provincia di Caserta,
dove esiste una confraternita di Cornuti che sfila per il paese l'11
di novembre.
Nella
festa di S. Martino, che è a tutti gli effetti un capodanno (nella
società contadina segnava il passaggio da un anno agricolo all'altro
quando iniziavano le attività dei tribunali, scadevano si fitti e si
traslocava, tanto che ancora oggi nelle campagne si dice “fare S.
Martino” per indicare il trasloco) confluiscono parecchi elementi
come le zucche, gli scherzi e i giovani mascherati e invadenti che
sono presenti nella più moderna festa di Halloween.
Martino,
santo di “cesura” grazie all'iconografia ufficiale che lo
vede tagliare il suo mantello per donarne metà ad un povero, ben si
adatta alle celebrazioni stagionali di inizio novembre. I giorni
della sua festa erano considerati un vero e proprio taglio nel
tempo, momento di passaggio dalla stagione calda a quella fredda e
buia, quasi una sospensione del fluire cronologico quando anche le
condizioni meteorologiche sembrano subire una battuta d'arresto: con
l'estate di San Martino l'inverno incipiente rallenta il suo passo,
regalandoci ancora qualche giornata serena e tiepida.
Oltre a quello notissimo
del mantello, molti episodi della vita di Martino rimandano alla
divisione, soprattutto tra uomini e donne. Il corpus agiografico
ufficiale mostra il vescovo di Tours fiero censore della promiscuità
sessuale, tanto da lodare una vergine che, ritiratasi in eremitaggio
per sfuggire gli sguardi maschili, rifiutò di mostrarsi persino a lui
stesso.
Il patronato sui cornuti
invece, tipico della tradizione italiana (solo in Italia le corna
alludono prevalentemente al coniuge tradito) è surrogato da
parecchie leggende popolari. Nella tradizione orale, circolavano
gustosi aneddoti su un Martino ottuso, “cornificato” dalla
moglie, dalla figlia o dalla sorella che fuggono alla sua occhiuta
sorveglianza, per incontrare l'amante.
Molte sono le ipotesi
sull'origine di questa curiosa associazione. Comunemente si associa la festa di San Martino alle fiere di bestiame, per lo più con le corna,
come buoi e capri, che si tenevano agli inizi di novembre. Oppure
potrebbe trattarsi di una cristianizzazione di riti pagani: il nome
Martino deriva da Marte e parrebbe alludere ai suoi amori adulterini
con Venere, ma in questo caso non si capisce perché venga associato
al coniuge ingannato, dato che Marte ingannò lo storpio Vulcano
rubandogli i favori della dea dell'amore. Testimonianze orali
azzardano anche l'ipotesi che la data in cui si festeggia il santo,
ossia l' 11.11 nella sua grafia ricordi proprio un paio di corna.
Quella delle corna con
San Martino è un'associazione molto nota nella quotidianità, tanto
che in Toscana si chiamano Martinacci dei grossi lumaconi cornuti,
mentre Giovan Battista Basile, nei suoi Cunti, chiama martino
il caprone. Anche in Germania, dove come detto sopra, “cornuto”
non significa necessariamente “tradito dalla moglie” a novembre,
si regalano ai bambini dolcetti a forma di cornetto chiamati Corna
di S. Martino.
La tradizione agiografica
ufficiale, veicolata dalla chiesa attraverso exempla, ossia
racconti di episodi della vita del santo, mostra spesso Martino, che in vita si era distinto come esorcista, combattere contro il demonio. Anche
qui è fondamentale il riferimento alle corna, benché non collegate
all'adulterio: Sulpicio Severo, suo contemporaneo e biografo
“ufficiale”, afferma che il diavolo affrontò il santo brandendo
un corno di bue, mentre Venanzio Fortunato, vissuto nel VI secolo,
lo descrive mentre affronta una giovenca indemoniata, che tenta più
volte di incornarlo.
Si ricordi poi che il corno
di bue fu per molto tempo un recipiente usato per contenere il vino,
elemento collegato alla festa di San Martino, che veniva appeso sulle
porte dell'osteria nell'Alto Lazio, mentre, anche nelle zone della
Romagna, dove per indicare il marito beffato si usa il
termine “becco”, riferito al caprone, gli elementi rituali
del periodo sono collegati alle corna di bue.
Resta il fatto che, prima
dell'urbanizzazione, anche se non a livello ufficiale, la festa era
parecchio sentita: secondo alcuni interpreti tutti dovevano
festeggiare, perché, per il solo fatto di essere sposati, erano
considerati cornuti, uomini e donne in un'insolita parità.
Per la maggior parte
degli studiosi di folklore, invece, l'inizio di novembre, che
coincide con l'antico capodanno celtico, il Samahin, era un periodo
fuori dal tempo, quando prima di iniziare un nuovo ciclo bisognava purificarsi per mantenere ben salda la coesione sociale.
I “peccati” della
società venivano a galla e i morti, impersonati dai ragazzi
partecipanti allo charivari che, in alcune tradizioni erano
mascherati, non facevano altro che punire, nei giorni della semina e
quindi della fecondità, i malcapitati con le loro maldicenze. Lo
charivari, ossia la gazzarra, che si faceva di solito sotto le
finestre di coppie ritenute “irregolari” come quelle che,
sposandosi in età avanzata, non potevano garantire una discendenza
alla collettività, oppure di coloro che si risposavano dopo la
vedovanza, rei di “inquinare” il seme familiare, prendeva di mira
i cornuti che non sapevano arginare l'esuberanza delle mogli. Ad
essere sbeffeggiate, non erano però le donne adultere, che potevano
comunque generare e quindi assolvere alla loro funzione sociale, ma
i mariti, rei di non essere abbastanza virili da controllare la
fisicità delle compagne.
Nelle storielle popolari
che raccontano di un San Martino cornificato, un tratto comune è
l'inganno perpetrato dalla donna che, con la scusa di espletare un
urgente bisogno fisiologico, elude la sua sorveglianza e incontra
l'amante. Martino, coraggioso vincitore sul demonio, in questi
racconti, perde la sua aura sacra e si fa beffare dalla donna, sia
essa la moglie, la figlia o la sorella. Condivide quindi il destino
degli uomini che, benché virili ed in grado di condurre eserciti e
comandare città e nazioni, non riescono a controllare la sessualità
femminile.
e poi...
G. Baronti. Il buon uso
dei santi, Argo, Lecce 2005
E. Baldini. G. Bellosi,
Halloween. Nel giorno che i morti ritornano, Einaudi, Torino 2006
A. Cattabiani. Santi
d'Italia,BUR, Milano 2004
http://www.acrcornuti.it/index.php/component/content/category/9-cornuti-ruvianesi