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Ciclo dei mesi di Torre Aquila - Ottobre |
L'iconografia
di ottobre proviene dal ciclo dei mesi di Torre Aquila del Castello
del Buonconsiglio a Trento.
Il
castello del Buonconsiglio è una delle più importanti
fortificazioni alpine: sorto sui resti di un antico castrum
romano, fu, dall'età medievale al periodo napoleonico,residenza
dei principi vescovi.
Il
nucleo originale, che risale al 1200, venne pesantemente rimaneggiato
nel 1400, con l'aggiunta del Magno Palazzo verso meridione, che fu
collegato alla parte medievale in età barocca. Con la fine del
potere dei principi vescovi e annessione del principato alla contea
del Tirolo, il castello perse la sua importanza per diventare sede di
rappresentanza.
La
Torre Aquila, situata all'estremità meridionale, risale al XIII
secolo. Fu pesantemente rimaneggiata dal principe vescovo Giorgio di
Lichtestein, che la fece sopraelevare e commissionò gli affreschi
con il ciclo dei mesi della sala al secondo piano.
Gli
undici riquadri (il mese di marzo è andato perduto in un incendio)
che sono uno dei maggiori esempi di gotico internazionale in Italia,
rappresentano sia scene di vita di corte e del mondo contadino.
L'attenzione ai particolari delle vesti, degli arnesi agricoli e
della botanica, fa di questo ciclo un documento fotografico del
tempo.
Non
si conosce con certezza il nome dell'autore. La tradizione lo
identifica, per lo stile con paesaggi poco profondi costellati di
spuntoni rocciosi e dai colori irreali che rimanda alle miniature
boeme, con un maestro Wenceslao, artista boemo documentato a
Trento agli inizi del Quattrocento. L'interesse e la cura nel rendere
gli elementi botanici fa ipotizzare anche una consultazione dei
tacuini sanitatis, manuali medicina che, allo scopo di fornire
nozioni sulle proprietà curative delle piante, le ritraevano con
miniature ricche di particolari.
Ottobre
non ha celebrazioni particolari in quanto la liturgia cattolica non
prevede solennità, ma solo feste di santi. Nel mondo contadino è il
mese della fine della vendemmia e quindi ricco di tradizioni e
ricorrenze legate al mondo del vino.
Il
vino era molto importante nell'economia e nella cultura tridentina,
tanto che il vitigno era sempre collegato ad un castello. Nel
medioevo e nel rinascimento, alla fine della vendemmia si usava dare
feste grandi e sfarzose, come quella promossa dal principe vescovo
Bernardino Clesio che, nel 500, addirittura fece collegare le sue
cantine alla fontana della piazza principale che gettò vino per una
giornata intera.
Al
Buonconsiglio nel pannello di ottobre, sono rappresentati contadini
che trasportano l'uva, altri che pigiano mentre il signore assaggia
il mosto. Gli attrezzi agricoli sono resi con estrema cura, tanto che
potremmo dire di trovarci di fronte ad un vero trattato di
falegnameria e artigianato.
Fin
dall'antichità ed in ogni cultura, il vino non fu una semplice
bevanda, ma ebbe sempre un legame privilegiato con la religione, la
spiritualità, l'altro da sé.
È
l'estasi che conduce al divino, bella e terribile, sublime ma
pericolosa. Non a caso, nella tradizione islamica, dove il consumo
delle bevande alcoliche è vietato, il poeta Ibn Al Fahrid, loda il
vino che conduce alle alte vette del misticismo, mentre il Corano,
parla di Vino raro che berranno i giusti nell'aldilà.
Il
vino non nacque in Grecia, ma fu importato da Creta e si diffuse poi
in tutto il bacino del mediterraneo, fino a giungere in Inghilterra
attraverso la via dell'Ambra.
Dioniso,
dio dell'ebbrezza, è anche il dio che muore e risorge. Il suo culto,
nato a Creta fu dapprima legato ai miti della Grande Madre, così
come avvenne in tutto il vicino oriente: si pensi alla Madre Vite
venerata dai Sumeri.
Figlio
di Zeus e Semele (identificata con la Luna), Dioniso morì una prima
volta quando la madre, istigata dalla gelosa Era, finì incenerita
per aver voluto contemplare il padre degli dei in tutto il suo
splendore divino. L'intervento di Ermes, che lo cucì nella coscia di
Zeus nell'attesa che si compisse il tempo di una nuova nascita, è un
chiaro riferimento alla fine dei culti matriarcali.
Nato
due volte era detto Dioniso, e un'altra volta morì per mano
dei titani che, sempre istigati da Era, lo smembrarono per cuocerlo
in un tripode. Secondo una tradizione, Rea, la madre terra e “nonna”
di Dioniso, lo resuscitò dopo averne ricomposte le membra, mentre
secondo un'altra vulgata, dalle sue ceneri seminate, nacque la vite.
Il
culto del vino, diffuso in tutto il bacino del mediterraneo, non
poteva essere assente in Palestina: si pensi a come la festa ebraica
dei Tabernacoli, fosse agli inizi una festa dionisiaca, o allo stesso
Cristo che diceva di se stesso: “Io sono la vite”.
Nella
Bibbia abbondano i riferimenti alla vite e al Vino, tramite tra
l'umano e la divinità.
L'episodio
di Noè, che, scoperto nudo e ubriaco dal figlio Cam, lo punisce
perché si era burlato di lui additandolo ai due fratelli, mentre
premia questi ultimi che lo ricoprirono rifiutandosi di guardarlo, è
una chiara allusione all'estasi e alla contemplazione divina, che non
tutti sono in grado di capire o di reggere. Ma se nell'Antico
Testamento la vite è soltanto una prefigurazione del Cristo (gli
esploratori inviati da Noè ritornarono portando un grappolo d'uva su
un legno, chiara allusione alla crocifissione), nel Nuovo Testamento
la vite è il Cristo stesso. Gesù dice agli uomini: Io sono la vite,
voi i tralci, ossia gli uomini partecipano al divino pur senza essere
essi stessi divini, come il tralcio che fruttifica ma, se staccato
dalla vite, è destinato a seccare. E il succo della vite, il suo
sangue, diventa sangue divino nell'Ultima Cena: per i credenti
infatti il pane e il vino dell'Eucaristia non sono solo un simbolo o
un ricordo, ma sono veramente il corpo e il sangue di Cristo.
Per
tornare al nostro mese di ottobre, quale santa poteva essere
ricordata dalla Chiesa, se non proprio Teresa d'Avila, la santa
dell'estasi come ebbrezza che porta a trascendere i limiti umani per
ricongiungersi con il divino?
e
poi...
A.
Cattabiani, Erbario. Rusconi 1994
A.
Cattabiani, Calendario, Mondadori 2002
K.
Kerényi, Dioniso, Adelphi, 1992