martedì 31 luglio 2012

Acrostico di Luglio




Lampeggia la falce a mezzogiorno 

Urla sgozzato lo Spirito del 

Grano.

Luce pulp.



Intreccia papaveri che

Odorano di sangue.

Alisa Mittler, 2007

lunedì 30 luglio 2012

S. Anna, la Grande Madre


 Leonardo da Vinci, Sant'Anna, la Madonna e il Bambino con l'agnello, 1510,  National Gallery, Londra


Pochi giorni fa, il 26 luglio, si è festeggiata S. Anna, madre della Madonna, protettrice delle partorienti, ma anche delle sarte e delle lavandaie.
Il nome Anna, che è uno dei più diffusi in Italia, deriva dall'ebraico Hannàh che significa Dio ha concesso la grazia. Secondo il protovangelo di Giacomo (le vicende dell'infanzia della Madonna, che tanto hanno colpito l'immaginazione popolare, non si trovano nei Vangeli canonici) Anna, moglie sterile e avanti con gli anni di Gioachino, pregò il Signore che le concedesse la grazia di un figlio e, dopo nove mesi, partorì Maria.
Lo stesso nome portava anche un personaggio dell'antico testamento: la moglie di Elkana, pure lei sterile cui il Signore concesse la grazia di diventare madre di Samuele.
Il nome ebraico Hannàh è stato tradotto nel greco Hanna ed è giunto in occidente come Anna.
C'era, nella mitologia latina, un personaggio fondamentale che portava questo nome: Anna Perenna, festeggiata il 15 di marzo che, nell'antico calendario lunare coincideva con la luna piena di Marzo, che inaugurava il nuovo anno.
Ovidio nei Fasti ci racconta che veniva onorata con una scampagnata primaverile in un boschetto nei pressi di ponte Milvio: i partecipanti si abbandonavano sui prati fioriti a canti, balli, ubriacature e amori.
Ma chi era questo personaggio? Sempre Ovidio riporta alcune interpretazioni: Anna sarebbe la sorella di Didone, che, raggiunto Enea nel Lazio, morì suicida nel fiume Numico (oggi il Rio Torto) e fu trasformata in ninfa. Oppure, secondo altre interpretazioni, fu una vecchietta di Boville, sobborgo di Roma che, quando la plebe si ritirò sul Monte Sacro, la sfamò con focacce e una volta che i plebei, ottenuta la pace sociale, rientrarono nell'Urbe le dedicarono una statua e da allora venne onorata nel mese di Marzo, sacro a Marte
Il dio della guerra, probabilmente seccato per dover dividere con lei il suo mese, pretese un aiuto per sedurre la casta Minerva. Anna consigliò al focoso amante di apparecchiare la camera nuziale, dove lei avrebbe pensato a condurre la riluttante dea. Grande fu la delusione di Marte nel ritrovarsi a letto, invece che con la conturbante dea, con la vecchietta burlona! Quest'episodio, a quanto si legge nei Fasti, spiega l'usanza di scherzi e canti licenziosi intonati soprattutto dalle ragazze durante le feste di Anna Perenna.
Ma che cosa c'entra Anna Perenna divinità pagana, a tratti licenziosa, con Sant'Anna, madre di Maria?
I due nomi sono simili soltanto nell'assonanza, in quanto, in latino, Anna deriva da annare ossia passare da un anno all'altro e lo stesso Ovidio identifica Anna Perenna con la luna piena di Marzo che completa un ciclo annuale e ne inizia uno nuovo e quindi la tradizione la rappresenta con le due facce di vecchia e di giovane ninfa. Sicuramente è una divinità legata ai culti alla grande Madre, al passaggio da un ciclo all'altro si noti poi che in Sanscrito, il termine Anna indica l'essenza vitale, il nutrimento del cosmo associato alle acque e alla luna. Si aggiunga poi che Secondo lo studioso Dario Sabbatucci, Anna altro non era che una personificazione dell'Annona i cui magistrati, gli edili plebei assicuravano il rifornimento di grano agli abitanti della città, quindi sempre una dea legata al grano e al nutrimento.
Alfredo Cattabiani trova molte analogie, che sono rimaste nella nostra cultura come a livello inconscio, tra S. Anna e le divinità legate ai culti della Grande Madre, quindi non solo Anna Perenna, ma anche Demetra, Cerere, Persefone e tutti i protagonisti di misteri legati al grano come i Misteri Eleusini.
Come nei misteri eleusini, dove Demetra genera Persefone che a sua volta genera la spiga di grano, il fanciullo Brimos, che veniva mostrata al culmine del rito, così S. Anna partorisce Maria madre del Cristo a sua volta indicato come spiga di grano, nutrimento del mondo. Nell'arte poi è frequente la rappresentazione di S. Anna insieme a Maria e a Gesù Bambino; Anna, grande Madre, sovrasta spesso anche per dimensioni le altre due figure, come nella tavola  del Masaccio conservata agli Uffizi
Nell'iconografia tradizionale S.Anna è rappresentata spesso con il mantello verde (esempio la tavola di Leonardo Madonna e S. Anna) colore della primavera e della natura che si rinnova.
Però, se si riflette bene, che cosa è l'estate per noi moderni se non un periodo di passaggio da un anno all'altro? A pensarci il vero capodanno, quando iniziano molte nuove attività dovrebbe cadere ai primi di settembre!

E poi...
A. Cattabiani, Simboli, miti e misteri di Roma. Newton Compton 1990
Ovidio, I Fasti, a cura di L. Canali e M Fuececchi. Bur 1988

venerdì 13 luglio 2012

Luglio




L'immagine del mese di Luglio proviene dal pavimento della cripta di San Savino a Piacenza.
La struttura odierna della chiesa è frutto di un ripristino, voluto agli inizi del 900 da Monsignor Scalabrini, che, come molti suoi contemporanei, preso dalla frenesia di riportare in vita un ideale medioevo, ne ha tolto i fasti del barocco, per ridarle un aspetto pseudo – romanico.
L'edificio in realtà è molto antico: un primo nucleo, dedicato ai Santi Apostoli, venne costruito alla fine del IV secolo d.C. dal vescovo Savino al quale la chiesa fu dedicata, dopo che vi fu sepolto nel 420. Venne quindi distrutta due volte dagli Ungari e riedificata agli inizi del XII secolo. Risalgono a quest'epoca i mosaici pavimentali della cattedrale e della cripta, che sono tra le poche tracce rimaste dell'impianto medievale, dopo i rifacimenti barocchi e il ripristino novecentesco.
I mosaici del presbiterio e della cripta sono oggi a tessere bianche e nere, ma secondo alcuni interpreti un tempo dovevano essere policromi. Nel presbiterio vediamo una figura umana, probabilmente il Tempo o il Padreterno, affiancato da immagini del sole, della luna e delle virtù, nonché dall'insolita raffigurazione di una partita a scacchi.
Il pavimento della cripta invece mostra, tra le onde di un mare stilizzato e popolato di creature marine, tondi entro i quali, a tessere bianche su fondo nero, stanno le personificazioni dei mesi. Racchiude il pavimento un fregio con episodi biblici, secondo l'usanza medievale di rappresentare il lavoro da svolgersi nell'arco dell'anno, il tempo dell'uomo, affiancato a scene tratte dalla Bibbia, ossia il tempo divino.
Dei dodici mesi ne sono rimasti solo nove.
Luglio è raffigurato come un uomo intento alla mietitura, affiancato dal segno del cancro. A contornare il clipeo una scritta, non del tutto decifrabile, che rimanda alla calura del solstizio. Stranamente, rispetto a quello che accade negli altri tondi, il segno zodiacale è rappresentato in nero su fondo bianco: una probabile allusione al sole che ha iniziato il suo percorso discendente e alle giornate che, d'ora innanzi, vanno accorciandosi.
L'uomo miete secondo la tecnica antica con un falcetto corto, tagliando il grano proprio vicino alla spiga. Luglio è infatti il mese della mietitura, un periodo costellato da sagre che rimandano ai riti agresti, un tempo anche crudeli.
In epoca arcaica si pensava che lo Spirito del Grano dimorasse nell'ultimo covone e che, una volta che questo veniva tagliato, si impossessasse del primo essere che trovava nei paraggi, quindi dell'ultimo mietitore o di un semplice passante, che veniva sacrificato per propiziare il raccolto. Ovviamente, in epoca storica, se ne faceva una rappresentazione simbolica: ancora oggi, in alcune zone d'Europa, un uomo viene legato, schernito e battuto oppure si “sacrifica” un fantoccio dopo averlo portato in processione. Un tempo capitava che ad essere sacrificati fossero animali: cani, lupi, scrofe, più spesso galli. Le penne del gallo venivano bruciate e la cenere mescolata ai semi in autunno, per favorirne la rinascita.
Lo Spirito del Grano è chiamato anche, a seconda della zona, Madonna del Grano o Vecchia, ma, sia che si ponga l'accento sulla sua natura femminile o maschile, la sua celebrazione rimanda al culto della Grande Madre.
Presso i greci fu Demetra che, per ricompensare l'umanità, inviò Trittolemo ad insegnare agli uomini l'arte dell'agricoltura mentre, nella celebrazione dei misteri Eleusini dedicati proprio a Demetra, veniva mostrata una spiga.
Presso gli egizi era invece il dio Osiride ad essere associato al grano: come chicchi, gli arti del suo corpo smembrato furono sparsi sulla terra  in una specie di  rito di fertilità. E non a caso, proprio durante il periodo della semina, quando si celebravano proprio le feste di Osiride, statuette del dio erano sepolte nei campi per propiziare il raccolto.
Ma il grano è soprattutto simbolo Cristiano: già nell'Antico Testamento, Giuseppe, venduto dai fratelli come schiavo in Egitto, salva il paese dalla carestia decifrando un sogno del Faraone e convincendo il sovrano ad ammassare provviste per gli anni di magra. Giuseppe verrà ricompensato diventando maggiordomo di corte e procurando ricchezze alla sua famiglia, cioè passando dalla morte simbolica della schiavitù alla vita che dà nutrimento a sé e agli altri. Giuseppe è chiaramente un'anticipazione del Cristo che muore per rinascere e nutrire l'intera umanità.
Anche il segno del cancro, che ha inizio al solstizio d'estate e regge il cielo fino alla metà di luglio viene, dall'astrologia tradizionale, associato alla maternità e alla nascita. È simboleggiato da un crostaceo, un granchio o un gambero, forse a causa della loro andatura obliqua quando non a ritroso proprio come il sole che, impercettibilmente, in questo mese, inverte il suo percorso.
Ma più probabilmente perchè la tradizione ha sempre associato i crostacei e i molluschi acquatici (nell'antica grecia il segno del cancro era rappresentato anche dal polipo) al simbolo femminile per eccellenza, la luna, tanto da pensare il loro aspetto variasse a seconda delle fasi lunari.

Il geroglifico del segno, invece, richiama due polarità opposte che porteranno a generare gli organi formando così un individuo.
Non a caso, proprio nel mondo greco, i solstizi erano considerati delle porte tra il mondo sensibile e il non manifestato. Il solstizio d'estate, quando ha inizio il segno del cancro, era detto la “porta degli uomini” ossia era il passaggio attraversato dalle anime verso la loro incarnazione. Anche nella teologia buddista proprio il granchio è il simbolo del sonno della morte, ossia di quel lasso di tempo di passaggio tra una vita e l'altra che precede l'incarnazione.
Luglio è insomma il tempo della Grande madre, quando si inizia a raccogliere i frutti della terra, il grano soprattutto, che è l'alimento principale dell'umanità. Ma la maternità cela in sé anche un doppio terribile: così come crea può distruggere riassorbendo tutto in sé. Ecco allora i riti crudeli della mietitura, ma anche una leggenda curiosa riportata da Ovidio: provate a seppellire un granchio senza chele, ne nascerà un terribile scorpione.


E poi...
Italia nell'arte medievale
A. Cattabiani, Erbario. Rusconi 1994
A.Cattabiani, Acquario. Mondadori 2002


domenica 24 giugno 2012

Giovanni, il santo dell'estate


S.Giovanni Battista di Leonardo da Vinci

Nel mio personale almanacco, rilevanza particolare ha la ricorrenza di S. Giovanni Battista, che si celebra il 24 giugno. La festa cade poco dopo il solstizio d’estate, quando il sole inverte il suo cammino e incomincia impercettibilmente a declinare sull’orizzonte. Siamo in un periodo magico, tutte le tradizioni pagane e cristiane, onorano questo giorno, che nel mondo anglosassone è il Midsummer day (l'estate per i celti iniziava in maggio con la festa di Beltane), con rituali e feste.

Stranamente di San Giovanni il calendario cristiano ricorda il giorno della nascita e non quello della morte, come avviene per gli altri santi; ma il Battista, anticipatore di Cristo, nel Vangelo dice di Gesù "Egli deve crescere e io diminuire". Quindi, proprio al sole calante viene collegato S. Giovanni Battista, detto anche S. Giovanni che piange, il cui capo mozzo, secondo tradizione è possibile vedere nel disco solare in questi giorni. Se si pone attenzione al Calendario, si noterà che, a fine dicembre, a ridosso del solstizio invernale è ricordato un altro Giovanni: l’Evangelista, detto S. Giovanni che ride.
Anche la ricorrenza di S. Giovanni, come molte feste cristiane, è ricalcata sulla tradizione pagana che identificava nei solstizi i periodi critici dell’anno, momenti di passaggio, dove si mescolavano l’invisibile e il manifesto. Secondo la religione greca, come ricorda anche l’Odissea, il solstizio estivo era ritenuto la Porta degli uomini, il passaggio delle anime che scendevano a reincarnarsi sulla terra, mentre quello invernale laPorta degli dei attraverso la quale lo spirito libero dalla materia ritornava al cielo. E lo stesso nome Giovanni rimanda per assonanza a Ianus, Giano, il misterioso dio bifronte protettore delle porte che, nell’antica Roma, il collegio dei fabbri usava festeggiare proprio ai solstizi.
Molti sono i riti che ancora oggi sono collegati alla festa di S. Giovanni: riti divinatori, di passaggio, volti a proteggere la natura e i raccolti e che hanno per protagonisti l’acqua e il fuoco. É usanza infatti, in varie parti del mondo, persino nelle regioni settentrionali dell’Africa, accendere falò che purificano le messi, scacciano i demoni e sono di buon auspicio. Come auspicio di fecondità, è in queste notti, il bagnarsi in laghi, fiumi o nella rugiada alla luce della luna. La luna, simbolo di fecondazione e rigenerazione, si trova ora nel suo domicilio naturale, il segno del Cancro, segno delle acque che rimandano all’inconscio, e al rinnovamento.
Fuoco e acqua dunque, sole e luna che simbolicamente si incontrano e celebrano le loro nozze feconde.
Ma i solstizi, come tutti i periodi di passaggio, che nel Calendario cadono anche a fine ottobre e a febbraio, sono momenti critici, di confusione tra mondo terreno e ultraterreno e, non a caso, proprio nella notte di S. Giovanni si radunano le streghe a celebrare il loro Sabba, presso il noce di Benevento. C'è chi vede in questi personaggi, nelle streghe, il ricordo delle divinità pagane, del culto della stessa Luna – Diana, che la tradizione cristiana, non potendo estirpare del tutto, ha demonizzato.
Tante sono le erbe dette di S. Giovanni: piante che, oltre ad assicurare protezione contro gli spiriti maligni, hanno funzioni divinatorie. Un tempo ai vespri la sera della festa, veniva allestito, davanti alla basilica di S. Giovanni in Laterano a Roma, un mercato dove era possibile trovare una gran varietà di queste erbe ritenute “magiche”. Ad esempio, proprio nel periodo solstiziale, era consigliabile comprare l’aglio che avrebbe tenuto lontano le streghe. Oltre all’aglio, secondo una leggenda tedesca, per spaventare i demoni bisognava nascondere sotto la camicia l’iperico, chiamato Johanniskraut, forse perché, strofinando i suoi petali tra le dita queste si macchiano di rosso ricordando il sangue del Battista. Oltre alla protezione, dalle erbe di San Giovanni si traggono profezie, il più delle volte legate al matrimonio o alla fecondità. Se una ragazza in età da marito pone, durante questa notte, un rametto di rosmarino dietro l’orecchio, vedrà in sogno il volto del futuro sposo. Oppure era uso, in molte regioni d’Italia, mettere a macerare in un catino d’acqua esposto all’aperto diverse erbe tra cui il rosmarino, l’iperico e la ruta. L’acqua di San Giovanni avrebbe assicurato fertilità, salute e lunga vita.


E poi...
Alfredo Cattabiani: Calendario, Mondadori, 2003
Alfredo Cattabiani: Florario – Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori 1996
Alfredo Cattabiani: Planetario – Simboli, miti e misteri di astri pianeti e costellazioni, Mondadori 1998 

Alfredo Cattabiani: Santi d’Italia, Rizzoli, 1993



martedì 1 maggio 2012

Flora, Fauna, Bona Dea. Le signore di Maggio


A maggio si assiste al trionfo della natura, che si appresta ad offrire agli uomini i suoi doni, e, non a caso, siamo in un periodo ricco di feste, sia civili che e religiose: Calendimaggio,Ascensione, spesso Pentecoste, per non parlare di parecchi santi la cui devozione si è mantenuta ben viva fino ai giorni nostri.
Nell’antica Roma, si svolgevano alcuni riti collegati alla rigenerazione e alla fecondità della natura: I Floralia,  celebrati tra la fine di aprile e i primi di maggio al circo Massimo con giochi e spettacoli. 
A festeggiare Flora,  divinità opulenta e licenziosa, erano invitate anche le prostitute, che inscenavano finte cacce ad animali domestici e, per rendere ancora più vivo il simbolismo della natura come sessualità feconda, venivano sparsi a terra semi di piante
Dopo la discinta Flora, alle Calende di maggio, si celebrava un’altra dea: Fauna, nota anche come Bona Dea, tanto pudica quanto l’altra era lasciva, si racconta che mai avesse messo piede fuori dal gineceo. Ai suoi misteri, nel celebrati nel boschetto accanto al tempio sull’Aventino a maggio,  o presso la dimora del console in carica a dicembre, sovrintendevano esclusivamente le matrone romane, mentre gli uomini erano severamente banditi; neppure gli animali maschi venivano ammessi.
Non si sa da dove abbia origine questa misteriosa figura, rappresentata spesso insieme a serpenti che abitavano indisturbati la sua dimora. Secondo lo scrittore del terzo secolo Lattanzio, si tratta della moglie di Fauno, alla quale, la nota pudicizia non impedì tuttavia di bere vino fino ad ubriacarsi. Il marito infuriato la picchiò a morte con un ramo di Mirto, da ciò si spiega il perché questa pianta sia rigorosamente tenuta fuori dal recinto del suo tempio.
Probabilmente si tratta di una antica divinità dei Marsi, Angizia,raffigurata anch’essa con i serpenti, il cui culto, cristianizzato è ancora vivo in Abruzzo. Si pensi alla festa di San Domenico, a Cocullo, quando la statua del santo, ricoperta di serpi, è portata in processione per il paese come antidoto ai morsi di serpente e al mal di denti.
La Bona Dea era una divinità importantissima per i romani e violarne i misteri significava commettere un  sacrilegio. Nel nel 62 a.C, quando Publio Clodio si introdusse di nascosto nella casa di Giulio Cesare, dove erano in atto le celebrazioni della dea, lo scandalo fu talmente grande da indurre lo stesso Cesare a ripudiare l’incolpevole sposa con la famosa frase la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto.
Il primo giorno di maggio, si celebrava anche un’altra dea: Maia, personificazione della terra da cui il mese prende il nome. Le veniva sacrificata una scrofa gravida, il sus maialis (dal quale deriva la moderna etimologia di maiale) come presagio per la vita prospera dei campi. Maia, chiamata anche Bona Dea, Ops o Fauna, è probabilmente da identificare con la moglie del dio Vulcano dato che i sacrifici erano diretti proprio dal Flamen Vulcanalis,  sacerdote di questa divinità.
Flora, Bona Dea, Maia che hanno origine nella notte dei tempi e le cui caratteristiche talvolta simili, talvolta complementari, finiscono per sovrapporsi, sono le varie facce di una sola divinità: la Grande Madre Feconda che sovrintende ai cicli della natura.
Culti pagani certo, ma che, come tutti i riti e le tradizioni antiche non sono andati perduti: rimangono, seppur mutati, in molte celebrazioni cristiane. Oltre al culto di San Domenico, di cui abbiamo detto sopra e che si ricollega all’iconografia diAngizia – Bona Dea, Cattabiani vede nell’austera Fauna un’anticipazione pagana dalla Madonna dal momento che il mese di maggio, assieme a quello di ottobre, è per la Chiesa Cattolica un mese mariano. Senza contare che in questo periodo, quando a Roma si officiava la lustratio, ossia la purificazione dei campi, i cristiani celebrano le Tempora ossia quattro giorni di digiuno e purificazione, che cadono all'inizio di ogni stagione.

E poi...
A, Cattabiani, Calendario. Mondadori 2003
Bona Dea in L'Universale, la grande enciclopedia tematica, Antichità classica.




lunedì 16 aprile 2012

Aprile





Per il mese di Aprile andiamo a Ferrara, al palazzo di Schifanoia, a vedere il Salone dei Mesi.
Iniziato da Alberto d'Este sul finire del 1300, il palazzo il cui nome significa schivar la noia, fu ampliato da Borso d'Este tra il 1465 e il 1470 e arricchito dal salone dei mesi.
Ad affrescare la sala parteciparono gli artisti della scuola ferrarese, sotto la direzione di Cosmè Tura. Di attribuzione certa, dato che ci sono giunti documenti sulle lamentele dell'artista per l'esiguo pagamento, sono i mesi di marzo, aprile e maggio, attribuiti a Francesco del Cossa.
Sulle quattro pareti sono affrescati simmetricamente, divisi da paraste, enormi quadri dedicati ciascuno ad un mese dell'anno. Dei primi due, gennaio e febbraio, sulla parete sud è rimasto poco. Ogni mese è diviso in tre fasce orizzontali: in quella superiore il trionfo della divinità protettrice, quella mediana con i Decani e l'ultima con scene di vita alla corte di Borso d'Este.
Aprile è posto sotto il dominio di Venere, che vediamo alla guida di un carro trainato dai cigni. Davanti a lei inginocchiato c'è Marte che le rende l'onore delle armi, come in primavera gli istinti bellicosi cedono di fronte alle lusinghe dell'amore. Nel paesaggio, dalla prospettiva perfetta, dove sullo sfondo si vedono una città e rocce fantastiche, si inseriscono personaggi abbigliati come ricchi cortigiani dediti alla musica e alla conversazione. Sullo sfondo dominano le tre Grazie, mentre tra la vegetazione di siepi di melograno, sono accucciati lepri e conigli, simbolo di fecondità.
La fascia mediana di ciascun affresco è la parte più enigmatica dell'intero ciclo, tutt'oggi non decifrata con certezza. Il segno zodiacale del mese, il Toro, è affiancato da tre figure umane, i Decani.
Queste divinità misteriose di origine egizia, che presiedono a ciascuna decade per ogni segno, tramite i demoni potenziano l'energia dei pianeti cui sono associati e dominando la porzione di dieci giorni di ciascun segno zodiacale, formano il carattere di persone cose e avvenimenti che ricadono sotto la loro influenza.
Lo storico dell'arte tedesco Aby Warburg ne diede, nel 1912, una lettura iconografica che è tutt'ora quella maggiormente accreditata. Analizzando le fonti classiche, ma anche quelle arabe e indiane, ha collegato i decani alla Sphaera Barbarica, ossia alle costellazioni egizie che si affiancavano a quelle tradizionali della sphaera graecanica, come si può vedere sul planisfero di Denderah, ossia un soffitto di un tempio egizio che raffigurava la volta celeste databile intorno al 36 a. C.
Lo studioso tedesco ha trovato poi delle corrispondenze tra l'iconografia dei decani e fonti iconografiche indiane, come se le divinità pagane, con l'avvento del cristianesimo, avessero scelto la via dell'esilio, un rifugio nell'estremo oriente.
Ma come sono arrivate a Schifanoia queste figure? Sappiamo che la consulenza astrologica per il ciclo pittorico fu di Pellegrino Prisciani che aveva conosciuto i decani tramite Pietro d'Abano, traduttore delle opere dell'arabo Abumasar.
I tre decani del segno del Toro sono raffigurati come una donna vestita di rosso con un bambino, un uomo con calzari alati e turbante che tiene in mano una chiave e un personaggio che regge un drago.
Secondo gli astrologi, ogni decade di ciascun segno è posta sotto il dominio dei pianeti che governano i segni dello stesso elemento. Nel nostro caso, trattandosi del segno di terra del Toro i tre personaggi sarebbero quindi Venere, Mercurio e Saturno. Secondo Firmico Materno, che dà l'interpretazione più accreditata dei Decani, ciascuna decade era assegnata ad un pianeta secondo l'ordine degli stessi, cioè Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna. Quindi il primo Decano del Toro sarebbe mercurio, il secondo la Luna, e il terzo Saturno. Personalmente accetterei la prima ipotesi date le caratteristiche prettamente mercuriali del secondo decano, l'uomo con la chiave. Elemire Zolla propende invece per la seconda: la grazia mercuriale, la sapienza lunare, la malinconia di Saturno.
L'ultima fascia, dove ci sono scene della quotidianità della vita di corte, in un ideale collegamento tra gli astri e la vita di ogni giorno, rappresenta il palio di San Giorgio che si svolgeva proprio in aprile, in memoria del santo guerriero festeggiato il 23 del mese. Un avvenimento strano dove si sfidavano, per il divertimento della corte nani prostitute ed ebrei è qui raffigurato con estremo realismo e gusto del particolare, ma con un accurato studio della prospettiva. Si veda, ad esempio il duca che premia un buffone con una moneta, o il ragazzo con il falcone, che, con le gambe al di là della cornice crea un effetto trompe l'oeil.


e inoltre...
Ilaria Miarelli Mariani, La Sala dei mesi in Palazzo schifanoia a Ferrarahttp://www.italica.rai.it/rinascimento/parole_chiave/schede/schifan.htm
Aby Warburg, Italienische Kunst und internationale Astrologie im Palazzo Schifanoja zu Ferrara (1912), in La Rinascita del paganesimo antico, Sansoni, Firenze, 1966

giovedì 29 marzo 2012